"[...] Poi qualcosa cambiò: si sentiva che fuori non era più scuro
scuro, che un po’ di luce, leggera, stava sbiancando l’aria. O era
un’impressione: forse era solo la Permolio che faceva più chiaro, con
la sua fiamma che sfarfallava in mezzo al cielo. Non si sentiva un
rumore, una voce.
Ma ecco che, piano piano, delle campane cominciarono a suonare.
Arrivavano fiacche, smorzate, come venissero da lontano, oltre i
padiglioni e i giardini, forse sulla Portuense, dalla chiesa accanto al
Vigna Pia, o da qualche chiesa nuova costruita da quelle parti, al
Casaletto, a Corviale, a Santa Passera… Era un suono che Tommaso non
aveva inteso mai: o forse l’aveva inteso da ragazzino, e non se ne
ricordava. Pareva venisse dal fondo della terra, o da qualche punto del
cielo, di sopra le nuvole della prima mattina, dove c’è un po’ di luce
che si colora appena, e pare già quella d’un giorno bello e felice. Era
il suono del Mattutino. Ancora non risultava bene s’era segno di festa,
per il giorno che tornava, oppure se annunciava un lutto, una
disgrazia. Forse erano tutte le due cose mischiate insieme, e
mischiandosi si annullavano, e quel suono era un suono soltanto, che si
ripeteva, fiacco ma continuo. Tommaso non riusciva a capire, che
volesse dire, perchè non aveva nè il modo nè le parole, per capirlo,
non c’aveva fatto caso mai a queste cose, nè qualcuno gliene aveva
parlato mai, come non ci fossero nemmeno. Ma ora c’era, e forte, quel
suono, don don don don, che passava attraverso tutti quei quartieri
ancora addormentati, quell’aria vecchia, che, appena appena, si
cominciava a rischiarare, dal di dentro, come da se stessa, diventando
grigia e pulita, ritrovandosi con tutte le cose in mezzo, muri, piante,
caseggiati, strade. E per qualcuno doveva per forza suonare: per il
prete, che lo faceva fare, per il sagrestano, per qualche vecchietta,
per gli operai che andavano a un lavoro notturno, e a quell’ora
staccavano, per quelli che dovevano prendere il treno e partire.
Ma, come dire, sembrava che quelle campane, quel don don don don
misterioso che riannunciava la vita d’ogni giorno, dicesse invece che
no, che tutto era inutile, che tutti erano vivi ma già morti, sepolti,
anime sperdute. E nel tempo stesso l’odore di fanga, di pioggia, di
caffelatte che, come portato dai rintocchi di quelle campane,
cominciava a farsi sentire tutt’intorno, dava un senso di calma e di
freschezza.
Come stranito da quel suono, che non finiva più, adesso ch’era
cominciato, e anzi, delle altre campane da altre chiese, da Trastevere,
da Testaccio, da San Paolo, avevano cominciato pure loro, con lo stesso
suono, la stessa malinconia, Tommaso si sentì a poco a poco prendere da
un sonno che l’attenagliava, irresistibile e profondo. Restò lì come di
pietra, addormentandosi piano piano, mentre fra sè ancora se la
prendeva contro i colpi di qulle campane, dicendogli i morti. S’assopì,
e dormì per un bel po’ di tempo, di quel sonno che gli era piomato
addosso, pieno di pace. [...]"
da "Una vita violenta", PPP
scuro, che un po’ di luce, leggera, stava sbiancando l’aria. O era
un’impressione: forse era solo la Permolio che faceva più chiaro, con
la sua fiamma che sfarfallava in mezzo al cielo. Non si sentiva un
rumore, una voce.
Ma ecco che, piano piano, delle campane cominciarono a suonare.
Arrivavano fiacche, smorzate, come venissero da lontano, oltre i
padiglioni e i giardini, forse sulla Portuense, dalla chiesa accanto al
Vigna Pia, o da qualche chiesa nuova costruita da quelle parti, al
Casaletto, a Corviale, a Santa Passera… Era un suono che Tommaso non
aveva inteso mai: o forse l’aveva inteso da ragazzino, e non se ne
ricordava. Pareva venisse dal fondo della terra, o da qualche punto del
cielo, di sopra le nuvole della prima mattina, dove c’è un po’ di luce
che si colora appena, e pare già quella d’un giorno bello e felice. Era
il suono del Mattutino. Ancora non risultava bene s’era segno di festa,
per il giorno che tornava, oppure se annunciava un lutto, una
disgrazia. Forse erano tutte le due cose mischiate insieme, e
mischiandosi si annullavano, e quel suono era un suono soltanto, che si
ripeteva, fiacco ma continuo. Tommaso non riusciva a capire, che
volesse dire, perchè non aveva nè il modo nè le parole, per capirlo,
non c’aveva fatto caso mai a queste cose, nè qualcuno gliene aveva
parlato mai, come non ci fossero nemmeno. Ma ora c’era, e forte, quel
suono, don don don don, che passava attraverso tutti quei quartieri
ancora addormentati, quell’aria vecchia, che, appena appena, si
cominciava a rischiarare, dal di dentro, come da se stessa, diventando
grigia e pulita, ritrovandosi con tutte le cose in mezzo, muri, piante,
caseggiati, strade. E per qualcuno doveva per forza suonare: per il
prete, che lo faceva fare, per il sagrestano, per qualche vecchietta,
per gli operai che andavano a un lavoro notturno, e a quell’ora
staccavano, per quelli che dovevano prendere il treno e partire.
Ma, come dire, sembrava che quelle campane, quel don don don don
misterioso che riannunciava la vita d’ogni giorno, dicesse invece che
no, che tutto era inutile, che tutti erano vivi ma già morti, sepolti,
anime sperdute. E nel tempo stesso l’odore di fanga, di pioggia, di
caffelatte che, come portato dai rintocchi di quelle campane,
cominciava a farsi sentire tutt’intorno, dava un senso di calma e di
freschezza.
Come stranito da quel suono, che non finiva più, adesso ch’era
cominciato, e anzi, delle altre campane da altre chiese, da Trastevere,
da Testaccio, da San Paolo, avevano cominciato pure loro, con lo stesso
suono, la stessa malinconia, Tommaso si sentì a poco a poco prendere da
un sonno che l’attenagliava, irresistibile e profondo. Restò lì come di
pietra, addormentandosi piano piano, mentre fra sè ancora se la
prendeva contro i colpi di qulle campane, dicendogli i morti. S’assopì,
e dormì per un bel po’ di tempo, di quel sonno che gli era piomato
addosso, pieno di pace. [...]"
da "Una vita violenta", PPP