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Marcia su Roma.
"<<Ma tu l’hai poi fatta sul serio la marcia su Roma?>> domando improvvisamente a tavola.
<<Solo fino a Isola,>> dice mio padre. Isola è a quattro chilometri da qui, in direzione sud. Dunque era sulla strada giusta. <<A Isola ho detto che avevo il bambino malato, che eri tu, e così sono tornato a casa. Anzi c’era anche coso, come si chiama, che ha approfittato anche lui dell’occasione per tornare indietro. Ha detto che aveva mal di pancia. Però il mio posto lo ha presto tuo zio Ernesto.>>
<<Allora lo zio sì che l’aveva fatta, la marcia su Roma.>>
<<Sì,>> dice il papà, <<lui è andato avanti cogli altri al posto mio.>>
<<Insomma lui a Roma c’è andato per davvero.>>
<<Ah, a Roma no. Si sono fermati due giorni a Vicenza e dopo sono tornati a casa.>>
Vicenza è a sedici chilometri, sempre nella direzione giusta."
sempre da Libera nos a malo
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Connection.
Non voglio costruire niente, non voglio migliorare questo mondo. E non se lo merita. A parte alcune cose. Come:
- Le droghe.
- Il sesso.
- Il cinema e la musica.
Il resto è mediocrità che si insinua nella nostra pelle come uno di quegli animaletti metallici di matrix, quelli che per farli uscire hai bisogno di una pompetta metallica dall’ombelico. Schifo.
In tutto questo, adoro leggere e scrivere. Ma sono davvero messo male. Nel senso che proprio non ho niente da dire. Dopo anni di sogni di gloria e voglia di realizzarmi (senza peraltro fare davvero qualcosa per indirizzarmi almeno in quella direzione) sono arrivato a un punto. Quel merda di punto in cui uno si guarda indietro. E non è che il punto sia un punto. No, è una merda di linea tratteggiata sul pavimento sotto cui, a caratteri Arial altezza 110, c’è scritto STOP. Cioè, cristo, non puoi evitarlo, perché è lì. Vorresti fare la furbata di oltrepassarlo rischiando che qualcuno ti prenda dalla sinistra. Ma non ce la fai. Quel cazzo di punto è un buco. Un buco in cui le gambe affondano fino alle ginocchie, in cui non ce la fai a scappare come fai sempre, in cui, fanculo, forse è meglio che sta cosa la affronto. E allora ti guardi indietro. Non si sa quale legge fisica lo permetta visto che sei scavato fino alle ginocchia, poi ti giri e ti accorgi. Di vedere te stesso dall’esterno. Con sguardo maturo. Da adulto quasi. E ti piace poter giudicare una volta, ma con giusta misura, non con “sintomatico mistero”. E guardo le persone che ho conosciuto, le cose – le dannate cose – che ho fatto, le donne con cui sono stato, le donne con cui sarei voluto stare, i libri, i personaggi che hanno composto la mia vita fino ad ora. Come un puzzle mi vedo tutto intero. Le linee dei vari pezzi formano niente meno che i tratti somatici di un viso magro e sbellettato, naso lungo, barba insolente, occhio sguercio. E mi accorgo di cosa mi sono perso in tutto questo tempo. Del tempo. Una merda di entità parapocalittica che ti segna, ti ricorda che lui è lì modificandoTI. Lui non si modifica, il pezzo di stronzo. No. Lui modifica TE. Dal primo momento cazzuto. Non resisto mica, io me ne vorrei andare. Sì andare da questo Punto ad un altro Punto, almeno. Dio com’è frustante restare fermo. Eppure c’è qualcosa che non mi fa proprio muovere, e penso, molto sinceramente, sia la paura. >>
E’ stato scritto tempo addietro. E ieri leggo un capitolo di un libro che mi sta prendendo l’anima, nel tempo e nello spazio. E ho unito queste due cose, la mia situzione e questa descrizione. E ho capito che mi manca qualcosa, mi manca la vita di paese che non ho mai avuto. E che il nostro mondo ha distrutto quella laboriosa e complessa dell’ antico. Per una molto più semplice e scevra da dinamiche "creative". Beh a me quel mondo manca. Ridatemelo.
"[...] Le virtù principali vigevano nella cerchia del mondo familiare, ed erano connesse colle necessità della vita, e col lavoro. La parola "dovere" in senso morale è sconosciuta in dialetto; c’è invece l’espressione "bisogna", nel senso in cui si dice che morire bisogna. Anche lavorare bisogna, per sè, per la "dòna", per "el me òmo", per i figli, per i vecchi che non possono più lavorare. Bisogna lavorare non otto ore, o sette ore, o dieci ore, ma praticamente sempre, magari con pause, interruzioni e rallentamenti, però in continuazione e senza orario, più o meno da quando si alza il sole fino a notte; bisogna lavorare da quando si è appena finito di essere bambini (e le bambine nelle case anche prima) fino a quando si è già vecchi da un pezzo; bisogna lavorare quando si è così poveri che lavorando sempre si arriva appena a sopravvivere, e anche quando si è meno poveri, e si potrebbe lavorare meno. [...] la virtù che corrisponde a questo aspetto del lavoro è ovviamente la pazienza, la laboriosità, la voglia e la forza di lavorare molto. Questa virtù era riconosciuta presso di noi: "è un lavoratore" è un’espressione di alta lode per mio padre, e vuol dire proprio questo: è uno che si consuma a lavorare, che non si ferma mai. Ma non è l’espressione più alta di lode che mio padre usa a proposito di lavoro. La lode massima è: "è bravo, è un bravo operaio", e per operaio intende non tanto l’operaio industriale, quanto chiunque faccia "opere" [...], l’artigiano, colui che la Arendt chiama homo faber. Perchè, noi non eravamo una società rurale, eravamo un paese, con le sue arti, il suo work creativo, fatto di abilità e non solo di pazienza. Per questo ci sentivamo parte di un mondo: la Arendt sostiene con ammirevole lucidezza che il "mondo" solido e reale, in quanto distinto dalla caduca e illusoria "natura", si produce quando l’artigiano interpone tra noi e la natura le cose che fa: res da cui reale. [...]. Le cose del nostro mondo ce le facevamo dunque noi stessi, molto più di adesso; le idee venivano bensì da fuori, ma si assimilavano profondamente attraverso il lavoro diretto. Tutto era umanizzato in questo mondo. Oggi arrivano i rubinetti cromati, gli aspirapolvere e le vasche da bagno, il mio amico Sandro li mette in vetrina, e poi li vende e buona notte (e si dà il caso che Sandro sia un artigiano di prim’ordine, erede di quelli di una volta; ma nel paese di oggi sembra quasi un hobby, una sua abilità personale come fare i giochi di prestigio con le carte). [...]"
da Libera nos a malo (la sottolineatura è dovuta a me).
ps: ci sono ancora molte parti che mi piacerebbe ricopiarvi. Ma conoscendo l’uomo moderno, nessuno si addentrerà nella lettura, innescandosi quel misterioso circuito di malavoglia che è direttamente proporzionale alla lunghezza "visiva" di uno scritto.
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Il ciccio.
Qui in paese quando ero bambino c’era un Dio che abitava in chiesa, negli spazi immensi sopra l’altar maggiore dove si vedeva infatti sospeso in alto un suo fiero ritratto tra i raggi di legno dorato. Era vecchio ma molto in gamba (certo meno vecchio di San Giuseppe) e severissimo; era incredibilmente perspicace e per questo lo chiamavano onnisciente, e infatti sapeva tutto e, peggio, vedeva tutto. Era anche onnipotente, ma non in modo assoluto: se no sarebbe andato in giro con un paio di forbici a tagliare il ciccio a tutti i bamibini che facevano cose brutte. I piccoli adopratori del ciccio erano suoi mortali nemici, e potendo li avrebbe puniti senz’altro così, ma grazie a Dio non poteva.
Da "Libera nos a Malo" di L. Meneghello
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Script (in my head)
- allora ci dica, cos’è secondo lei "brutto"?
- la Verità.
- la Verità?
- sì la Verità. Mi pare una menzogna.
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Quando hai un’amica in gamba.
| « …v’è il poeta della scoperta, quello del rinnovamento, quello dell’innovamento… [io sono un poeta] della ricerca. E quando non c’è qualcosa di assolutamente nuovo da dire, il poeta della ricerca non scrive. » | |
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(Amelia Rosselli, Una scrittura plurale, a cura di F. Caputo, Novara, Interlinea, 2004)
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MELTIN’ (S) POT – DO HATE YOUR COMPUTER
Per incrementare il logorio della vita moderna.
Vieni venerdì al Washbubblebar a spaccarti le orecchie e gli occhi.
In the fucking Cernaia Road, 25/d.
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